Categoria: Arsenale
Pagine: 128
Prezzo: € 12,00
ISBN: 9791281124011
Anno: 2023
Note: In copertina: Disegno di Roberto Pietrosanti


Camminando 
è un libro nel quale la poesia coincide con la memoria, con il dire in versi itinerari (lungo i quali si cammina, appunto), di scrittura ed esistenziali, i quali si danno a essere seguiti e percorsi in forza di un’espressione limpida, rigorosa.

Camminando raccoglie testi scritti in anni e fasi differenti della vita e della scrittura. Nello stile umanissimo e franco, armonioso di Francesco Dalessandro  ecco, allora, luoghi, situazioni, incontri cui siamo già avvezzi per aver letto le opere precedenti dell’autore. E c’è una commovente e persuasiva fiducia nella parola che non dismaga dalla presenza del dolore e del lutto, ma che cordiale accompagna il lettore lungo le pagine, di capitolo in capitolo, nutrita di virgiliana pietas, di oraziano modus in rebus.

Accade così che la misura del verso (endecasillabo o settenario o comunque modellato su questi metri nobili), che l’eventuale rima, che la cadenza strofica veramente rendano il ritmo di un camminare attraverso i luoghi e i tempi della vita; che, non diaristica ma attentissima all’esistere, la poesia restituisca quello che il tempo ha tolto.

La scrittura può essere, ancora oggi, un esercizio di saggezza e di fortezza, di chiarezza e di temperanza, un trattato de senectute nel senso che, rileggendo quanto scritto anche in gioventù e riproponendolo, si guarda alla propria raggiunta età come a una nuova tappa del cammino, ulteriormente inverando il senso del titolo, bellissimo e significante gerundio.

Antonio Devicienti


Ad altezza d’uomo

La mia scrivania è un luogo psicoconfuso su cui ho lasciato a lungo un libro dal titolo psicogeografico. Perché è camminando che si crea la strada, si mappa la città. Camminando si mette a punto la geografia interiore. Una geografia delle passioni intese in tutti i sensi; anche, letteralmente, quelle patite.

    Ho letto e riletto. Il tuo libro, Francesco, è così bello: fonde al suo interno una tecnica perfettamente sposata al detto: forma, stile e contenuto ruotano in una sincronia perfetta, musicale. Non è questa la bellezza?

    Ci sono tante spezzature che costringono il ritmo del cuore ad allinearsi con quello della poesia: questo non è facile, è proprio come seguire un sentiero in montagna! Ne vale la pena però, se così posso dire.

    Ne vale la pena perché se ci sono alture le prospettive non diventano aeree: si guarda sempre da dentro, anche nel fuori. E il dentro sta nel fuori, all’altezza di tutte le cose che stanno in un fuori: la coppia che rincasa, la sfera d’oro, il Pineto e ciò che vi si svolge.

    Tu citi Tolstòj, ed io per mio conto gioco con la Karenina; dunque posso prendermi la libertà di accostare il punto di vista dell’io che detta Camminando a ciò che una volta mi sembrò di vedere in quel grande scrittore: le cose ci vengono mostrate sempre ad altezza d’uomo, il punto di vista non è aereo né troppo raso terra, è umano, semplicemente. Così quando (tu) stai alla finestra e si suppone una distanza tra chi guarda e la cosa guardata in realtà non c’è distanza: ciò che accade fuori sta sullo stesso piano del dentro, sullo stesso piano del cuore (se a quest’organo vogliamo affidare, qui, tutto il sentire). E poi: la natura, il paesaggio, non sono uno sfondo inerte.

    Penso che il tuo sia un libro aurorale più che crepuscolare: a differenza di Figure d’ombra (ma no, nemmeno quel libro è crepuscolare), in cui si è immersi da subito nella tenebra rotta da lampi di luce, qui è luce d’alba: anche a ogni crepuscolo accennato sta attaccata una luce sorgiva, sorgente, fremente di vita.

    Hai reso un delirio (la notte, il buio, la memoria anche dolorosa) in un’alba di attese, di desideri iniziali, freschi, umani, mai immaginari.

    L’immaginario (l’io che nel pensier si finge) qui si fa palpito vivo e concreto, perché c’è uno spazio a contenerlo, dei luoghi con l’indicazione precisa, con nomi e specifiche, il terreno è solido, palpabile, reale: dunque l’immaginazione è ancorata, la letterarietà espunta da una presenza letterale: questo mi piace davvero.

    Parlavo di delirio composto e misurato: la materia di questo libro è incandescente, ma tu la governi così abilmente che pure al fuoco ci si accosta senza precauzione… E di nuovo ne vale la pena. Non perché vi sia chissà quale rivelazione, se non quella tutta umana e terrena (e poetica) di confessare nella propria l’altrui umanità.

    Tornando al titolo, Camminando, il gerundio mi rimanda irresistibilmente a quel sedendo e mirando che dà uno scacco definitivo al fingere, perché radicato nel qui e ora non dell’immaginazione ma dell’essere (che è uno stare, un accadere).

    Se è vero che il poeta si occupa di Spazio e Tempo, ecco che qui saltano le coordinate: il vicino è il lontano, l’accaduto è l’accadere. Inoltre (tecnicamente) un camminando non è detto che si sappia dove inizia e dove finisce; è in atto, come dicevo.

    Voci ti accompagnano e guidano nell’accidentato sentiero (sempre così bella Roma è stata? così piovosa?), un sentiero che il lettore segue fiducioso e mai spaesato: perché non c’è disfatta (luce vittoriosa sempre) – perché conduce a casa. Tutti noi torniamo sempre a casa (Novalis).

    Questo libro presenta un mondo in cui si ha voglia di restare; è un libro d’amore e l’amore è presente e passato, è attesa, è desiderio e paura, dubbio e bellezza. E i luoghi che trascorrono in queste righe, i paesaggi, mi fanno pensare a Watteau: quello dei disegni a matita della natura fremente e malinconica, già moderno però, già impressionista; un pittore che alla fine del suo mondo, di un’epoca, salva la tenerezza, la sensualità, la gioia di vivere.

 

RITA IACOMINO

 

 

 

 

 

Uno scoglio nel vivo del naufragio

di Vincenzo Di Maro

Ogni tanto un libro di poesia ci pare dettato da un’idea coraggiosa e aliena alle mode, distillato con sapienza e cura particolari; è in genere l’opera di un autore che non si presta all’urgenza di pubblicare a ogni costo, ma aspetta il momento in cui la visione saprà essere vivida ed esatta per accogliere il lettore tra le sue quinte. Quando questo accade per l’opera di qualcuno che già stimavamo, la soddisfazione comprensibilmente raddoppia.

È il caso di “Camminando” di Francesco Dalessandro, libro che si propone al lettore nella suggestiva chiave del bilancio esistenziale.

È evidente, sin dai primi versi di un’opera tanto stratificata quanto godibile, la tersa bellezza della lingua; lingua mai oscura, anzi immediatamente comunicativa: l’italiano piano e senza indulgenze liriche di chi sa farne uno strumento duttile, modellando con perseveranza e finezza cromatica paesaggi e ambienti così come l’ardente passione o i più umbratili moti dell’animo. Si può dire che gli effetti più notevoli Dalessandro li ottenga, oltre che con la precisione terminologica, attraverso un’estrema perizia prosodica e sintattica, un articolato periodare che attraverso la riconoscibile matrice novecentesca denuncia al suo fondo un’ascendenza classica.

Dicevamo del “bilancio esistenziale” che il libro suggerisce sin dal titolo: un ulteriore elemento, immediatamente evidente nel libro, è senza dubbio quello della sua stratificazione temporale. Il susseguirsi dei Capodanni, col senso di vuoto e l’inquietudine per il tempo che passa inesorabile; la scomparsa degli amici poeti – Beppe Salvia nell’85, Francesco Tentori, nel ’95 – in due Pasque, funeste parentesi di un decennio; il fugace momento di pienezza, colto in istantanea e tratto in salvo dall’inesorabile fluire del tempo in un puro cristallo di poesia; i rapimenti e le gioie dell’eros e della vita coniugale; i richiami a un luogo ancestrale, colto con dovizia di dettagli in figurazioni e paesaggi che appartengono alla dimensione della realtà come alla nostalgia: ogni spunto, ogni singolo tema converge verso un orizzonte di senso profondo e suggestivo, creando così un’espressione ricca di implicazioni sensoriali, di dilemmi, un umanissimo alternarsi di moti dell’animo. Al di là di qualunque fumisteria, di qualunque sacrale rivelazione, c’è qui la schiva materia di un uomo e di un poeta che si offre in tutta la sua disarmata sincerità, in tutta la sua gratitudine alla sofferta pienezza dell’esistenza.

 

Una compiuta naturalezza nella dizione, senza altro orizzonte che quello del privato cimento con la poesia:  Dalessandro ha conservato negli anni un profilo più dimesso e appartato di molti suoi coevi, giungendo a esiti altissimi e, quel che più conta, di costante qualità.

Redattore negli anni Ottanta di Arsenale, rivista romana che contribuì a fondare con gli amici Gianfranco Palmery Alessandro Ricci, Valerio Magrelli, Giovanna Sicari, l’attività poetica di Francesco Dalessandro è stata da sempre improntata al più meticoloso rigore formale così come alla più profonda riflessione sul tempo individuale. Nelle sue opere l’inesausta ricerca di un senso esistenziale, la parabola del vivere umano trascolorano a volte nel più ampio sfondo delle stagioni, del tempo collettivo, della Storia.

“Camminando” è dunque l’ennesima tappa di una produzione che, nata da “I giorni dei santi di ghiaccio”, proseguita con – tra gli altri – “L’osservatorio”, “Lezioni di respiro” e “Aprile degli anni”, non smette di emozionarci e coinvolgerci per potente capacità figurativa e, quasi, per pittorica grazia: lo fa attraverso l’accorata evocazione degli affanni e dei ricordi, con la rapinosa crudezza delle passioni, dei lutti e delle gioie di chi ha vissuto una vicenda centrale nella poesia del Novecento, e ancora oggi degnamente la onora.

 

https://perigeion.wordpress.com/2023/11/01/francesco-dalessandro-uno-scoglio-nel-vivo-del-naufragio/

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